Stati Uniti · n. 1937 · Critic, Curator, Influential Figure
Critica d’arte, curatrice e attivista, nata a New York nel 1937. Fra il 1966 e il 1974 inventa un modo nuovo di fare mostre — cataloghi di schede sciolte, mostre che stanno in una valigia, titoli fatti del numero di abitanti della città che le ospita — e nel 1973 pubblica Six Years, la cronaca dell’arte concettuale che è insieme un libro e una mostra. Ha scritto oltre venti libri e curato una cinquantina di mostre, e ha fondato o co-fondato Printed Matter, Heresies e PAD/D.
Comincia nel 1958 come impiegata alla biblioteca del Museum of Modern Art, a schedare riviste e a tenere i fascicoli sui singoli artisti: è lì, dirà, che ha ricevuto la migliore educazione all’arte contemporanea che potesse avere. Nel 1966, alla Fischbach Gallery, mette insieme Eccentric Abstraction attorno a Eva Hesse e Louise Bourgeois, e l’Archives of American Art la registra come la mostra che segna una svolta. Poi, fra il 1969 e il 1974, fa la cosa per cui la si ricorda: quattro mostre intitolate al numero di abitanti della città che le ospita — 557.087 a Seattle, 955.000 a Vancouver, 2.972.453 a Buenos Aires — il cui catalogo non è un libro ma un mazzo di schede sciolte, mescolabili, che ogni sede può ampliare. Le mostre viaggiano in una valigia e si rimontano sul posto: è il curatore che diventa autore, e l’esposizione che diventa un formato editoriale. Nel 1973 esce Six Years. The Dematerialization of the Art Object, una cronologia annotata che il Museo Reina Sofía descrive come un’opera che ha destabilizzato insieme le convenzioni dell’antologia, della raccolta documentaria e della bibliografia. Nello stesso anno la quarta mostra, c. 7.500, è di sole artiste donne, e da lì in avanti il femminismo e la politica prendono il posto della teoria: fonda Printed Matter con Sol LeWitt e altri, il collettivo Heresies, e nel 1979, da Printed Matter, convoca la riunione da cui nasce l’archivio dell’arte politica PAD/D. Dal 1992 vive in New Mexico, a Galisteo, dove dalla metà degli anni Novanta scrive e stampa da sola El Puente, la newsletter mensile della sua comunità, che chiama il suo grande amore. Nel 1975 la College Art Association le aveva dato il Frank Jewett Mather Award per la critica; quarant’anni dopo, nel 2015, il premio alla carriera per la scrittura sull’arte. Nell’agosto del 2026 il Museum of Contemporary Art di Chicago le ha dedicato From the Center: Looking at Lucy Lippard.
Ricercatrice, biblioteca del Museum of Modern Art, New York (1958–1960)
Attiva nell’Art Workers’ Coalition, New York
Co-fondatrice, Ad Hoc Women Artists’ Committee, New York
Responsabile, Women’s Art Registry (dal 1971)
Fondatrice, Heresies Collective, New York (1975)
Co-fondatrice, Printed Matter, New York (1976)
Promotrice, Political Art Documentation/Distribution, New York (1979)
Co-fondatrice, Artists Call Against U.S. Intervention in Central America (1983)
Fondatrice e curatrice, El Puente de Galisteo, New Mexico (dalla metà degli anni Novanta)
Istituzioni: Printed Matter, New York, Heresies Collective, New York, Political Art Documentation/Distribution, New York
Mostre e pubblicazioni curate
1966 mostra curata da Eccentric Abstraction, Fischbach Gallery, New York (USA) (Alice Adams, Louise Bourgeois, Eva Hesse, Gary Kuehn, Bruce Nauman, Don Potts, Keith Sonnier, Frank Lincoln Viner). Otto artisti, fra settembre e ottobre, per dare un nome a una scultura che non era né minimalista né pop: molle, pendente, fatta di lattice, gomma e corda. L’Archives of American Art la chiama la mostra che segna una svolta, ed è la prima volta che Eva Hesse e Louise Bourgeois si trovano nella stessa stanza per scelta di una critica di ventinove anni.
1969 mostra organizzata, per il Contemporary Art Council del Seattle Art Museum, da 557,087, Seattle Art Museum Pavilion, Seattle (USA) (Vito Acconci, Carl Andre, Robert Barry, Mel Bochner, Daniel Buren, Hanne Darboven, Jan Dibbets, Hans Haacke, Eva Hesse, On Kawara, Sol LeWitt, Robert Smithson, Lawrence Weiner). Dal 5 settembre al 5 ottobre, e il titolo è il numero degli abitanti di Seattle. Il catalogo non è un libro ma un mazzo di circa cento schede sciolte, una per artista, che si possono mescolare e a cui ogni sede successiva può aggiungerne. L’anno dopo la mostra rinasce a Vancouver come 955.000, con quarantacinque schede in più, e ancora a Buenos Aires al Centro de Arte y Comunicación come 2.972.453, ridotta a quarantatré schede e a una valigia.
1971 mostra organizzata da Twenty Six Contemporary Women Artists, The Aldrich Contemporary Art Museum, Ridgefield, Connecticut (USA) (Cecile Abish, Alice Aycock, Cynthia Carlson, Mary Heilmann, Christine Kozlov, Sylvia Mangold, Mary Miss, Howardena Pindell, Adrian Piper, Merrill Wagner, Jacqueline Winsor, Barbara Zucker). Dal 18 aprile al 13 giugno, la sua prima mostra in un museo, su invito della direttrice Dorothy Mayhall. Ventisei artiste, e una regola sola: nessuna di loro doveva aver mai avuto una personale. Diverse di quelle carriere cominciano qui.
1973 mostra organizzata da c. 7,500, California Institute of the Arts, poi in tournée, Valencia, California (USA) (Laurie Anderson, Eleanor Antin, Jennifer Bartlett, Hanne Darboven, Agnes Denes, Nancy Holt, Christine Kozlov, Bernadette Mayer, Adrian Piper, Athena Tacha, Mierle Laderman Ukeles, Martha Wilson). L’ultima delle mostre-numero, e la sola di sole artiste donne: la risposta diretta a chi sosteneva che di artiste concettuali non ce ne fossero. Trenta schede fronte-retro come catalogo, e un giro di sedi negoziato da lei perché il catalogo si ripagasse: ne servivano tre. Lippard non si definì curatrice della mostra ma compilatrice.
1980 mostra curata da Issue: Social Strategies by Women Artists, Institute of Contemporary Arts, Londra (Regno Unito) (Margaret Harrison, Jenny Holzer, Alexis Hunter, Suzanne Lacy, Leslie Labowitz, Adrian Piper, Martha Rosler, Nancy Spero, Mierle Laderman Ukeles, Nil Yalter). Dal 14 novembre al 21 dicembre, venti artiste che usano l’arte come strumento politico: manifesti, azioni di strada, affissioni, video. È la mostra che porta in un’istituzione europea il lavoro femminista americano fatto fuori dalle gallerie. La documentazione disponibile viene dall’archivio di Suzanne Lacy, non dall’ICA.
1989 mostra curata da A Different War: Vietnam in Art, Whatcom Museum of History and Art, poi in tournée, Bellingham, Washington (USA) (Leon Golub, Nancy Spero, Martha Rosler, Robert Morris, Claes Oldenburg). Oltre cinquanta artisti per dire come l’arte americana ha reagito al Vietnam, dagli anni della guerra fino agli anni Ottanta. Aperta a Bellingham il 19 agosto 1989, gira poi per due anni e mezzo con Independent Curators International, da Lincoln a Evanston, Akron, Madison, Los Angeles, Boulder e Pullman, chiudendo nel febbraio 1992.