Marisa Merz è stata l’unica protagonista femminile dell’Arte Povera, movimento che nella seconda metà degli anni Sessanta rifiutava la ricchezza materiale dell’Italia del dopoguerra a favore di materiali poveri e non proclamava alcun credo stilistico se non la negazione dei codici esistenti. La sua ricerca nasce dentro lo spazio domestico: le prime Living Sculptures in alluminio del 1966 vengono realizzate e appese al soffitto della cucina dell’appartamento torinese condiviso con Mario Merz. Per quarant’anni ha prodotto forme che sfuggono a una facile categorizzazione, e l’associazione piena all’Arte Povera le è stata riconosciuta con ritardo, soprattutto a partire dagli anni Ottanta. Il suo è un linguaggio segnico scandito sui saperi antichi delle donne, fondato su tecniche artigianali come il cucito e l’intreccio.
La seconda direttrice è quella della soglia fra visibile e invisibile e della figura come apparizione. Dalla metà degli anni Settanta avvia la serie delle piccole Teste in argilla cruda, cera, stagno e piombo, talvolta dorate o coperte di pigmenti luminosi, che accompagneranno tutta l’opera successiva. Nel motivare il Leone d’Oro alla carriera, Massimiliano Gioni ha scritto che dagli anni Sessanta Merz è stata una voce singolare nell’arte contemporanea, e che le sue pitture epifaniche, come coltivate in anni di solitudine, invitano a guardare il mondo a occhi chiusi — riferimento diretto al titolo della sua mostra del 1975. Silenzio, poesia e ricerca della fragilità restano le sue coordinate, insieme alla tensione per la rivelazione dell’invisibile.
Le prime Living Sculptures in alluminio, del 1966, vengono realizzate e appese al soffitto della cucina di casa: lo spazio domestico diventa il luogo dell'opera, e maglia, cucito e intreccio si fanno linguaggio scultoreo.
Le Biennali del 1972 e 1976, Ad occhi chiusi gli occhi sono straordinariamente aperti all’Attico e L’età del rame da Salvatore Ala.
Prosegue la serie delle piccole Teste in argilla cruda, cera, stagno e piombo, talvolta dorate o coperte di pigmenti luminosi: figure come apparizioni, sulla soglia fra visibile e invisibile.
Silenzio, poesia e ricerca della fragilità restano le coordinate del lavoro, insieme alla tensione per la rivelazione dell'invisibile.
Galleria Sperone, Torino, inaugurazione del 30 giugno 1967.
Galleria L’Attico, Roma, 21 marzo: il titolo sarà ripreso nella motivazione del Leone d’Oro.
Kassel, 19 giugno; torna a Documenta IX nel 1992.
55ª Biennale di Venezia, 1° giugno, insieme a Maria Lassnig, su proposta di Massimiliano Gioni.
Met Breuer, New York, 24 gennaio – 7 maggio, poi Hammer Museum: prima retrospettiva statunitense.
Kunstmuseum Bern, 31 gennaio – 17 agosto 2025, a cura di Livia Wermuth.
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